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Mnesys - News - 29.01.2026 - Plasticità celebrale e connessioni - autofagia

 

2026.01.29 -

Plasticità celebrale e connessioni - autofagia

Connessioni flessibili, mutevoli, adattabili: è questo che rende il cervello così efficiente e anche in grado di ‘ripararsi’, almeno fino a un certo punto, quando va incontro a traumi, lesioni o malattie. Questa caratteristica, conosciuta come plasticità neuronale, è sotto la lente dei ricercatori del programma Mnesys, che lo stanno analizzando dal livello molecolare e cellulare fino alla clinica. Anna Fassio, docente di fisiologia del Dipartimento di Medicina Sperimentale dell’Università di Genova, sta per esempio studiando le connessioni neuronali e come variano in caso di malattie del neurosviluppo ed epilessia, utilizzando diversi modelli sperimentali in cui si ricostruiscono reti bi- e tridimensionali di neuroni. Si stanno utilizzando per esempio neuroni prelevati da topi geneticamente modificati per mimare queste patologie oppure cellule derivate dalla cute o dal sangue di pazienti, ‘riprogrammate’ con specifici protocolli per diventare neuroni, nello specifico quelli che utilizzano il neurotrasmettitore eccitatorio glutammato. «In questi modelli conduciamo analisi morfologiche, valutando per esempio la forma del neurone e il numero di sinapsi (i punti di comunicazione fra neuroni, che sono da mille a diecimila per ciascun neurone, ndr), e funzionali, ‘seminando’ i neuroni su speciali matrici multielettrodo per registrare l’attività elettrica delle reti neuronali o utilizzando sonde fluorescenti in grado di misurare attività sinaptica e di rete», racconta Fassio. «Nelle malattie del neurosviluppo, spesso associate a crisi epilettiche a causa di alterazioni della connettività ed elettriche del cervello, le reti neuronali sono iper-eccitabili: l’obiettivo è capirne a fondo i meccanismi per poter ipotizzare strategie utili a riportare l’equilibrio. In questo contesto stiamo studiando il processo di autofagia, che consente alle cellule di degradare proteine e organelli non più utili». Questo processo è particolarmente essenziale per cellule che non si dividono per riprodursi come i neuroni: sono cellule ‘eterne’, che quindi per poter consentire la plasticità delle connessioni hanno bisogno di poter gestire al meglio sintesi ed eliminazione di proteine e materiali cellulari. «Nei modelli murini di disturbi del neurosviluppo questo meccanismo di eliminazione, studiato in vivo al microscopio o con sonde fluorescenti, non funziona a dovere e si hanno accumuli tossici che alterano la comunicazione fra neuroni», spiega Fassio. «Abbiamo verificato che lo stesso accade nelle cellule derivate da pazienti con disturbi del neurosviluppo; ora stiamo cercando di capire se e come l’iperattività elettrica e il difetto nel processo di autofagia siano correlati e se si possa regolare l’attività elettrica provando a ripristinare la capacità neuronale di smaltire le proteine grazie a piccole molecole specifiche. L’autofagia è essenziale per un’adeguata plasticità a livello delle singole connessioni, perché è anche il modo con cui il neurone può regolare numero e composizione dei ‘pacchetti’ di neurotrasmettitori scambiati a livello delle sinapsi». Capire come si modifica il processo di autofagia in caso di malattia e come influenzarlo per ripristinare una corretta connettività e plasticità è quindi molto importante, anche per le persone con epilessia nelle quali la plasticità neuronale può essere modificata per le alterazioni dell’attività elettrica e il loro effetto sulle connessioni. Il gruppo di ricerca sta studiando un modello di epilessia nei topolini, nel quale viene ‘silenziato’ un gene che se mutato è associato allo sviluppo della patologia. Per andare ancora più a fondo nella comprensione di ciò che accade alle connessioni cerebrali in caso di malattia, oltre a questi modelli di reti neuronali bidimensionali in coltura il gruppo di studio sulla fisiologia sinaptica sta mettendo a punto e analizzando anche i cosiddetti organoidi cerebrali, strutture tridimensionali sviluppate in laboratorio a partire da cellule staminali che replicano in vitro il tessuto nervoso umano e le sue connessioni. La professoressa Fassio, assieme al collega Bruno Sterlini, si sta concentrando sull’ippocampo, un’area coinvolta nella memoria, funzione dove la plasticità è indispensabile. Al momento si stanno mettendo a punto i metodi per registrare l’attività elettrica in questi ‘mini-cervelli’, che è molto complesso preparare perché servono anche tre o quattro mesi affinché siano maturi abbastanza da poter essere utilizzati per gli esperimenti.