
Plasticità celebrale e connessioni - neuroimaging
La neuro-plasticità, ovvero la
capacità di modificare le connessioni cerebrali, è uno dei fenomeni più
rilevanti per la salute cerebrale: nel nostro cervello ciò che più conta per
essere flessibili, adattabili e creativi sono infatti proprio le connessioni
fra neuroni, che creano una fittissima, intricatissima rete per dialogare.
Questo network non è immutabile, ma continuamente plasmato e modificato in base
a ciò che apprendiamo e a ciò che ci accade. Traumi e perdite di materia grigia
comprese: la possibilità di modificare le connessioni consente di imparare, ma
anche di far fronte a eventuali perdite di funzione cerebrale dovute a malattie
neurologiche, perché il tessuto cerebrale che resta può consentire il recupero
di alcune delle funzioni perdute. Per questo molti ricercatori del programma
Mnesys stanno studiando l’impatto della plasticità neuronale in diverse
malattie, fra cui la sclerosi multipla che nel nostro Paese riguarda circa
140mila persone, in maggioranza donne.
Questa patologia è una malattia
neurodegenerativa su base autoimmune, in cui cioè il sistema immunitario
attacca la mielina che ricopre gli assoni dei nervi; questo porta alle
cosiddette ‘placche’ demielinizzate, che non consentono una corretta
propagazione dei segnali nervosi. I sintomi che ne derivano sono molto vari,
vanno dai disturbi visivi e sensoriali alle difficoltà di movimento, dalla
stanchezza ai disturbi dell’equilibrio; la malattia è cronica e progressiva ma
le terapie possono rallentarne l’andamento e consentire una buona qualità di
vita grazie alla gestione dei sintomi. «La sclerosi multipla è un classico
esempio di malattia con una componente sia neuroinfiammatoria, sia
neurodegenerativa», spiega l’esperto Mnesys Giacomo Boffa, neurologo del Dipartimento di neuroscienze, riabilitazione,
oftalmologia, genetica e scienze materno-infantili dell’Università di Genova.
«Con il nostro progetto stiamo studiando se le terapie che riducono
l’infiammazione e gli interventi di riabilitazione possano incidere sulla
plasticità cerebrale, che è essenziale mantenere per minimizzare la progressiva
perdita di funzione associata alla malattia». Boffa sta utilizzando tecniche di
neuroimaging avanzato come la risonanza magnetica strutturale classica ma anche
quella funzionale. Queste due tecniche, spiega, «ci consentono nel primo caso
di vedere come si riorganizza la corteccia cerebrale e come si modificano le
connessioni nervose fra le diverse parti del cervello nel corso della malattia
e degli interventi terapeutici; con la risonanza magnetica funzionale possiamo
invece vedere come queste diverse aree lavorano, se per esempio sono sincrone e
devono attivarsi in concerto o se al contrario devono alternarsi, come sono
quindi interconnesse nelle loro
attività. L’obiettivo è capire come la neuroinfiammazione e la
neurodegenerazione alterino la plasticità cerebrale e se i trattamenti per
ridurre infiammazione e degenerazione possano migliorarla».
Boffa sta conducendo studi longitudinali per
seguire nel tempo i pazienti e ha dimostrato, per esempio, che una fisioterapia
intensiva si associa a una maggior plasticità funzionale nelle aree
sensori-motorie che va di pari passo con un maggior beneficio clinico del
trattamento. «La risonanza magnetica potrebbe perciò essere impiegata come
biomarcatore di risposta, per individuare i pazienti che potranno avere i
maggiori benefici dall’approccio riabilitativo intensivo», dice Boffa.
«L’obiettivo è identificare quali elementi valutabili già fin dalla prima
risonanza siano associati a una miglior probabilità di risposta, in modo da
usare l’esame per individuare i casi con un alto potenziale di recupero. Anche
le terapie con un elevato impatto sull’infiammazione sono al vaglio: è il caso
di un progetto su pazienti con forme aggressive di sclerosi multipla sottoposti
a trapianto di midollo, un intervento per cui l’Ospedale Policlinico San
Martino di Genova è un centro d’eccellenza nazionale.«Stiamo valutando se l’effetto
antinfiammatorio di questo trattamento influenzi la plasticità strutturale e se
questa possa quindi favorire il recupero clinico, aumentando le chance di
riformare la guaina di mielina che è ‘sotto attacco’ in caso di sclerosi
multipla», conclude Boffa.

