
Tumori del cervello - neurochirurgia
È l’organo più nobile del nostro
organismo, per questo qualsiasi intervento chirurgico che coinvolga le
strutture cerebrali deve essere attentamente valutato in modo che rechi il
minor danno possibile. Se da un lato infatti la plasticità cerebrale consente
spesso il recupero di funzioni perdute, per esempio dopo un trauma o appunto
un’operazione chirurgica, grazie all’intervento di altre zone e altri neuroni
che sostituiscono il tessuto e le sue funzioni, dall’altro quando il bisturi
deve asportare una massa come un tumore cerebrale occorre essere certi di non
ledere parti, ma soprattutto funzioni fondamentali. È proprio per questo che la
ricerca Mnesys sta dando strumenti sempre più raffinati perché la
neurochirurgia sia sempre più efficiente e precisa, non comprometta le funzioni del
cervello e garantisca una buona qualità di vita dei pazienti operati.
Oggi è prassi, quando per esempio si deve
eliminare una massa tumorale, condurre un’attenta indagine radiologica
preoperatoria con strumenti sofisticati come le risonanze magnetiche nucleari o
le Tac in 3D per ricostruire con precisione il tumore e l’area dove si trova.
L’obiettivo è un’analisi approfondita del tessuto da rimuovere e delle
connessioni con le strutture attorno, ma come specifica lo scienziato del programma
Mnesys Gianluigi Zona, professore ordinario di
Neurochirurgia dell’Università di Genova e direttore dell’Unità di Clinica
Neurochirurgica e Neurotraumatologica e del Dipartimento di Neuroscienze
dell’IRCCS Policlinico San Martino, «La ‘mappa’ che otteniamo con l’imaging è
pur sempre una ricostruzione digitale delle strutture, ma ciò che a noi preme è
soprattutto preservare la funzione. La chirurgia resta oggi l’opzione
principale per affrontare i tumori cerebrali e sappiamo che se riusciamo a
eliminare almeno l’85 per cento della massa tumorale possiamo avere un impatto
significativo sull’aumento della sopravvivenza dei pazienti, anche se non
riusciamo a guarirli. È tuttavia essenziale che vivano bene, senza sequele
gravi sulle funzioni motorie o sul linguaggio e senza conseguenze che possano
precludere ulteriori terapie: per questo ogni caso è studiato a fondo da un
team multidisciplinare, per questo oggi più che in passato ciò che deve guidare
il bisturi non è tanto l’imaging tridimensionale, quanto la valutazione
funzionale del paziente».
Già oggi si interviene a paziente sveglio così
da accorgersi subito, grazie al monitoraggio neurofisiologico intraoperatorio,
se l’intervento sta ‘disturbando’ aree importanti per il funzionamento
cerebrale. Ora i ricercatori del programma Mnesys stanno facendo un ulteriore
passo avanti utilizzando sui primi pazienti la stimolazione magnetica
transcranica, un metodo non invasivo, già impiegato nella neuroriabilitazione,
che consiste nel modulare l’attività di precise aree cerebrali attraverso
piccole correnti erogate da elettrodi appoggiati alla testa. «Con questo metodo
andiamo a stimolare le aree su cui interverremo con il bisturi prima
dell’operazione, così da sapere in anticipo che cosa possiamo togliere senza
fare danni: sulle funzioni motorie stiamo avendo ottimi risultati, sugli
effetti sul linguaggio è più difficile ma la ricerca prosegue», dice Zona.
«Mentre l’imaging è una ricostruzione, questa ‘simulazione’ di intervento è
diretta, sul paziente, e può dare informazioni ancora più realistiche su quello
che accadrà in sala operatoria e dopo. In persone giovani per esempio è
accaduto di doversi fermare senza togliere tutta la massa tumorale perché
‘incontriamo’ un’area fondamentale per una funzione, ma poi seguendo come il
cervello rimodella la sua funzionalità abbiamo osservato che l’area critica si
è ‘spostata’, consentendo un secondo intervento che complessivamente porta a
togliere gran parte della massa tumorale garantendo il successo dell’operazione
senza sequele. Le tecniche di simulazione tramite stimolazione transcranica,
poi, consentono di poter operare anche i tumori meno aggressivi che crescono
più lenti e che in passato non si trattavano, perché un intervento ben fatto
cambia la prognosi e aumenta la sopravvivenza anche in questi casi; saranno
inoltre ancora più importanti nella neurochirurgia dei tumori benigni, in cui a
maggior ragione non si possono rischiare perdite di funzione consistenti», conclude
Zona.

