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Mnesys - News - 29.01.2026 - Tumori del cervello - neurochirurgia

 

2026.01.29 -

Tumori del cervello - neurochirurgia

È l’organo più nobile del nostro organismo, per questo qualsiasi intervento chirurgico che coinvolga le strutture cerebrali deve essere attentamente valutato in modo che rechi il minor danno possibile. Se da un lato infatti la plasticità cerebrale consente spesso il recupero di funzioni perdute, per esempio dopo un trauma o appunto un’operazione chirurgica, grazie all’intervento di altre zone e altri neuroni che sostituiscono il tessuto e le sue funzioni, dall’altro quando il bisturi deve asportare una massa come un tumore cerebrale occorre essere certi di non ledere parti, ma soprattutto funzioni fondamentali. È proprio per questo che la ricerca Mnesys sta dando strumenti sempre più raffinati perché la neurochirurgia sia sempre più efficiente e precisa, non comprometta le funzioni del cervello e garantisca una buona qualità di vita dei pazienti operati. Oggi è prassi, quando per esempio si deve eliminare una massa tumorale, condurre un’attenta indagine radiologica preoperatoria con strumenti sofisticati come le risonanze magnetiche nucleari o le Tac in 3D per ricostruire con precisione il tumore e l’area dove si trova. L’obiettivo è un’analisi approfondita del tessuto da rimuovere e delle connessioni con le strutture attorno, ma come specifica lo scienziato del programma Mnesys Gianluigi Zona, professore ordinario di Neurochirurgia dell’Università di Genova e direttore dell’Unità di Clinica Neurochirurgica e Neurotraumatologica e del Dipartimento di Neuroscienze dell’IRCCS Policlinico San Martino, «La ‘mappa’ che otteniamo con l’imaging è pur sempre una ricostruzione digitale delle strutture, ma ciò che a noi preme è soprattutto preservare la funzione. La chirurgia resta oggi l’opzione principale per affrontare i tumori cerebrali e sappiamo che se riusciamo a eliminare almeno l’85 per cento della massa tumorale possiamo avere un impatto significativo sull’aumento della sopravvivenza dei pazienti, anche se non riusciamo a guarirli. È tuttavia essenziale che vivano bene, senza sequele gravi sulle funzioni motorie o sul linguaggio e senza conseguenze che possano precludere ulteriori terapie: per questo ogni caso è studiato a fondo da un team multidisciplinare, per questo oggi più che in passato ciò che deve guidare il bisturi non è tanto l’imaging tridimensionale, quanto la valutazione funzionale del paziente». Già oggi si interviene a paziente sveglio così da accorgersi subito, grazie al monitoraggio neurofisiologico intraoperatorio, se l’intervento sta ‘disturbando’ aree importanti per il funzionamento cerebrale. Ora i ricercatori del programma Mnesys stanno facendo un ulteriore passo avanti utilizzando sui primi pazienti la stimolazione magnetica transcranica, un metodo non invasivo, già impiegato nella neuroriabilitazione, che consiste nel modulare l’attività di precise aree cerebrali attraverso piccole correnti erogate da elettrodi appoggiati alla testa. «Con questo metodo andiamo a stimolare le aree su cui interverremo con il bisturi prima dell’operazione, così da sapere in anticipo che cosa possiamo togliere senza fare danni: sulle funzioni motorie stiamo avendo ottimi risultati, sugli effetti sul linguaggio è più difficile ma la ricerca prosegue», dice Zona. «Mentre l’imaging è una ricostruzione, questa ‘simulazione’ di intervento è diretta, sul paziente, e può dare informazioni ancora più realistiche su quello che accadrà in sala operatoria e dopo. In persone giovani per esempio è accaduto di doversi fermare senza togliere tutta la massa tumorale perché ‘incontriamo’ un’area fondamentale per una funzione, ma poi seguendo come il cervello rimodella la sua funzionalità abbiamo osservato che l’area critica si è ‘spostata’, consentendo un secondo intervento che complessivamente porta a togliere gran parte della massa tumorale garantendo il successo dell’operazione senza sequele. Le tecniche di simulazione tramite stimolazione transcranica, poi, consentono di poter operare anche i tumori meno aggressivi che crescono più lenti e che in passato non si trattavano, perché un intervento ben fatto cambia la prognosi e aumenta la sopravvivenza anche in questi casi; saranno inoltre ancora più importanti nella neurochirurgia dei tumori benigni, in cui a maggior ragione non si possono rischiare perdite di funzione consistenti», conclude Zona.